Se sei nel giusto, combatti e vinci.
Ma non infierire sul tuo nemico.

La via del benessere naturale
Se sei nel giusto, combatti e vinci.
Ma non infierire sul tuo nemico.
Premetto che la mia è soltanto una riflessione rivolta a chi continua a farsi domande e vuole difendere la propria libertà di pensiero nel vortice di mille illusioni. Ho smesso da tempo di rivolgermi a chi sa già tutto o ha abdicato al diritto di sovranità sul proprio pensiero. A costoro lascio le loro certezze e vado oltre…
La riflessione attiene alla fretta di giungere a conclusioni spesso approssimative e alla tifoseria di campo. Fattori non certo nuovi, ma che sono in preoccupante aumento.
Negli ultimi anni abbiamo visto esacerbarsi i conflitti sociali, di solito su basi ideologiche e non realistiche, e abbiamo osservato come la politica e l’informazione mirino proprio al risultato di creare divisione, rabbia, contrasto e pilotare la gente verso un pensiero unico. Prima su questioni di salute, poi su tematiche ecologiche e più recentemente sulle guerre. E ogni volta abbiamo assistito alla censura del pensiero critico e del confronto, all’applicazione di etichette e all’incitazione al conflitto e alla discriminazione.
Insomma, chi pensa con la propria testa e non si conforma al pensiero unico, non è ben visto e diventa automaticamente un no-qualcosa, un pro-qualcos’altro, un -ista o un anti-ista, ovviamente della peggior specie.
Il giochetto prosegue e oggi si ripresenta con il conflitto Istraele-Gaza: ancora una volta i media prendono immediatamente posizione, a discapito della vera informazione, e lo stesso sembra fare una parte dei contro-informatori.
Ora, due parole di riflessione mi sembrano doverose.
In primis, un’informazione corretta, che miri alla libertà di pensiero dell’individuo, dovrebbe raccontare i fatti con la maggior imparzialità possibile.
Secondariamente, se si vuole fare un approfondimento per migliorare la comprensione, si possono analizzare i dati, la storia passata, le ragioni, eccetera, sempre con doverosa prudenza e con la disposizione mentale a valutare nuovi sviluppi che potrebbero cambiare le carte in tavola o modificare l’interpretazione.
Bene, questo tipo di informazione è assente nei media mainstream e chi vuole difendere la propria libertà di pensiero deve, per forza di cose, cercare altre fonti e fare approfondimenti in prima persona. La cosa preoccupante, ora, è che anche la contro-informazione (o almeno una parte di essa) sta finendo con il fare la stessa cosa, ma sul fronte opposto: appena esce una notizia la diffonde con interpretazioni antitetiche, spesso affrettate, cospirative e dal carattere clamoroso. Si rischia, così, di trasformare l’informazione alternativa in disinformazione con conseguenze pessime sulla libertà di pensiero (che si vorrebbe difendere), sulla capacità di giudizio e sulla tenuta stessa della salute mentale. Per non parlare del fatto che si incrementa una divisione sociale delirante.
Lasciamo da parte i figli dei media mainstream che, se ci credono ancora, sono ormai irrecuperabili, e focalizziamoci sui fruitori dell’informazione alternativa. Qui notiamo due o più schieramenti che si accusano, talvolta aggredendosi, per dimostrare le rispettive tesi.
Risultato? Il fronte del dissenso risulta frantumato.
A chi giova? Non certo al fronte del dissenso.
C’è da chiedersi se sia promosso dall’alto o se queste persone siano bravissime a sabotarsi da sole. In mancanza di certezze, temo che siano valide entrambe le ipotesi.
Nel mio piccolo, suggerisco: prudenza, sangue freddo, osservazione della realtà (compreso saper riconoscere quando i dati sono troppo scarni per trarre conclusioni), esercizio della facoltà di sospendere il giudizio, discernimento, ragione e buon senso.
Quanto alla tifoseria, mi sembra quantomai sterile. Se la trovo ridicola nello sport, qui direi che è decisamente inutile. Più interessante è invece valutare quale interpretazione e quali linee di azione ci sembrano più affini al nostro pensiero, alla nostra visione del mondo, alla nostra etica, alle nostre speranze. Con l’attenzione a non cadere nella presunzione di giudicare dall’alto chi la pensa diversamente e non pretendere che il nostro punto di vista sia necessariamente giusto e quindi condiviso dagli altri.
Prima di concludere, aggiungo una considerazione di carattere astrologico.
Allenare la sana logica, il buon senso, la ragione e le facoltà intellettive per dominare il caos, per comprendere il metafisico o per ordinare i dati, sono tutte necessità imposte dalla presenza di Saturno in Pesci, pena finire vittime di abbagli, illusioni e paure della peggior specie.
Entrato nel segno dei Pesci a marzo 2023, Saturno vi soggiorna fino all’inizio di febbraio 2026 e il suo insegnamento è proprio quello di portare ordine e giustizia nel disordine e nella confusione.
I Pesci sono simbolo della consapevolezza, del vitale e misterioso oceano nel quale siamo tutti immersi, del misticismo, del mondo interiore, dell’immaginazione, dell’ispirazione, e tra i suoi archetipi troviamo i sognatori, i mistici e i poeti.
Saturno è il pianeta del rigore, della privazione, delle prove della vita, dell’azione implacabile del karma, della logica, delle facoltà superiori dell’intelletto, della ragione.
Ora, cavalcato con maestria, questo Saturno ci insegna a rinunciare alle illusioni, alle ispirazioni fasulle, ai sogni irrealizzabili. Ci invita a investigare il mondo con buon senso, logica e ragione. Ci sprona ad affacciarci sul caos e mettervi ordine. Ci spinge a portare verità e rigore nella dimensione interiore, nel senso mistico, nel trascendentale.
Chi accoglie il suo suggerimento, vedrà il caos dipanarsi pian piano. Chi lo rifiuta, al contrario, subirà la sua azione inesorabile (perché Saturno non si fermerà soltanto perché qualcuno mette la testa sotto la sabbia) e vedrà scatenarsi dentro di sé le peggiori distorsioni della realtà. L’ombra di questo Saturno, infatti, porta fanatismo, irrigidimento, chimere, errori, sensazione di impotenza, paura di dover subire l’esercizio di un potere ingiusto, smarrimento, sofferenza.
Ma c’è di più, perché l’ombra di Saturno si protende anche su chi detiene il potere e può indurre alcuni rappresentanti delle élite a esercitare forme di repressione molto dure o violente allo scopo di imporre norme e di impedire la proliferazione di idee diverse e controcorrente.
Il non assumersi la responsabilità individuale di questo transito, espone il fianco a subire proprio queste forme di repressione e di distorsione della realtà, che portano a frantumare il fronte del dissenso e la sua forza positiva e propositiva.
La panoramica di Saturno in Pesci è molto più vasta, ma in questo contesto mi sembrava opportuno concentrarmi sull’aspetto che riguarda tutti coloro che vogliono conservarsi liberi, capaci di pensiero autonomo e autodeterminazione.
Samantha Fumagalli
Ha davvero senso indignarsi davanti a una rappresentazione teatrale?
Il teatro è finzione, si mette in scena una storia, un’interpretazione. L’opera può essere una tragedia o una commedia, ma mai si pretende che sia vera, imparziale, oggettiva.
Perché parlo di teatro e di indignazione? Sono forse impazzita?
No, almeno non credo.
Ne parlo perché tutto quello che stiamo vivendo e vedendo negli ultimi anni sta spalancando gli occhi di chi credeva in una realtà illusoria.
Si vive in un mondo creato da chi detiene il potere sugli altri.
Ci si muove sulla piattaforma di un gioco deciso da pochi. Da un élite che ha venduto una rappresentazione teatrale come fosse la realtà, che ha disegnato credenze false, accettate dai più come vere.
Qualche esempio?
L’idea dello Stato come ente territoriale sovrano.
L’idea di Repubblica come cosa pubblica.
L’idea di Diritti umani inalienabili.
L’idea di un sistema di informazione che informi la gente.
L’idea di vari Premi (Nobel, letterari, eccetera) assegnati per merito e in modo imparziale.
Il mito del self-made man come sogno liberale.
L’idea di una Legge uguale per tutti.
Mi fermo, ma potrei riempire un rotolo maxi di carta igienica…
Sono tutte idee create per far credere alla rappresentazione in atto e avere attori e comparse disposti a recitare inconsapevolmente un copione scelto da altri.
La farsa sta dimostrando il suo vero volto ogni giorno che passa e non c’è bisogno che io faccia una carrellata per dire dove e quando e come. Chi ha occhi per vedere, ha già visto.
Un’ultima dimostrazione, che il re è nudo, ci arriva dall’ennesimo atto discriminatorio nel confronti di Adania Shibli, scrittrice palestinese, che vive tra Cisgiordania e Inghilterra.
Pluripremiata e acclamata dalla critica, finché il suo nome faceva gioco a certi interessi politici, si vede ora negare il premio LiBeraturpreis 2023 alla Fiera del Libro di Francoforte per il suo libro “Un dettaglio minore”. Motivo? Ovviamente le sue origini palestinesi e la guerra in Israele (il romanzo racconta di una ragazza palestinese catturata dai soldati israeliani durante l’estate del 1949).
Dopo gli autori russi, ecco il turno di quelli palestinesi.
Cosa deve succedere ancora per capire che hanno sempre venduto illusioni?
Non ci si illuda, ancora una volta, che il nuovo scenario e il nuovo copione saranno diversi.
Adesso è in corso una guerra mondiale per decidere quali saranno i nuovi autori e registi, ma sempre di teatro si tratterà.
In questi pochi anni di Apocalisse, i veli cadono e chi vuole può vedere, ma alla fine, siatene certi, verrà allestito un nuovo palcoscenico e per chi ha perso l’occasione di vedere non ci sarà una nuova chance.
Indignarsi a teatro ha dunque senso?
Samantha Fumagalli
Partiamo dal fatto basilare che il termine “coraggio” compare come contrario di “paura”, ma non fermiamoci qui e spingiamoci oltre per capire meglio. Consideriamo, in primis, il significato etimologico di “paura”. Qui la ricostruzione più accettata è che derivi dal latino “pavire” ossia “battere la terra”, dalla radice indoeuropea “pau-” che indica il senso del “battere”.
La paura, dunque, sembrerebbe derivare dall’essere percosso, abbattuto, atterrito, e infatti la paura scuote, spaventa, come un terremoto interiore, e di fronte alla paura si attiva la reazione del combattere o fuggire (ciò che si ritiene nocivo).
Igor Sibaldi sostiene che il coraggio non è l’antidoto della paura perché quando si fa qualcosa di coraggioso, la paura ha già vinto, è già presente. Sibaldi scrive: “Nel coraggio facciamo soltanto ciò che la paura ci impedirebbe di fare: e in tal modo lasciamo che la paura limiti le nostre possibilità d’azione”. Nella sua visione, la paura si non sconfiggerebbe affrontandola, ma con la conoscenza che porterebbe a essere più grandi di essa.
C’è qualcosa di vero in questo, ma a mio parere c’è anche un inganno intrinseco, che parte dal fraintendimento del concetto autentico di coraggio.
Il coraggio non è il paradigma di violenza che l’immaginario comune associa alla sfera cavalleresca e militaresca. Il coraggio non è mettere a rischio se stessi in uno scontro per affrontare il nemico. Il coraggio è ben lontano dalla stupidità che spesso governa simili sfere. Il coraggio non è audacia (osare), non è temerarietà (agire in modo sconsiderato) e non è ardimento (l’essere duro).
Cos’è allora il coraggio?
La parola deriva dal latino: cor = cuore.
Coraggio è agire con cuore, è seguire una via che abbia un cuore, è avere in sé una speciale forza d’animo che non lascia sbigottiti di fronte al pericolo, ma neanche induce a buttarsi a casaccio in imprese sciocche e prive di valore.
Il coraggio è una virtù ad ampio spettro, legata al cuore e ai nobili intenti e sentimenti.
Ora vi domando, è davvero possibile, come sostiene Sibaldi, perseguire una conoscenza che renda più grandi della paura, SENZA il coraggio?
Secondo me, no.
E il perché è semplice: la sfera intellettiva senza cuore (che tradotto significa una conoscenza priva di coraggio) è sterile e spesso è proprio indotta dalla paura, perché cerca goffamente di dominare (non di superare) la paura irrazionale con la razionalità. Alla lunga, ciò sfocia in nozioni che non si traducono in atti concreti, si tratta, cioè, di una conoscenza che rimane a livello di parole, perché manca il cuore e il coraggio per camminarle, quelle parole.
In ultima analisi, la paura si supera con il coraggio di guardare in faccia ciò che ci spaventa, sia esso un fantasma interiore o un ostacolo esteriore, con la volontà di comprendere il senso vero e profondo della paura e poi nell’ampliare la nostra conoscenza per andare oltre.
La conoscenza, da sola, può generare inetti. Inetti che parlano bene, ma razzolano a caso.
Samantha Fumagalli
LUNA NUOVA in Bilancia
14 ottobre 2023
con eclissi solare anulare (visibile in America)
Mi dispiace non avere il tempo per fare un’analisi approfondita di questa Luna Nuova, ma due parole sull’energia in movimento ci tengo a condividerle.
È un momento in cui porre a dimora i semi di ciò che vogliamo vedere germogliare con l’arrivo della primavera (è la prima Luna Nuova dell’autunno) ed è un lavoro che deve partire dal profondo, dal passato, da ciò che ci portiamo dietro sia come doni sia come limiti karmici (la Luna è congiunta al Nodo Sud), per trasformare entrambi in qualcosa di nuovo.
Trasformare gli ostacoli in esperienza e superare la zona confort dei talenti.
Non sempre ciò che sembra “negativo” lo è. Può diventare “positivo” se ne facciamo tesoro e lo trasformiamo in carburante per crescere e andare oltre.
Non sempre ciò che sembra “positivo” lo è. Se non lo usiamo attivamente per agire, realizzare, evolvere, diventa “negativo” perché si trasforma in una zona di confort dalla quale è difficile uscire.
Questa Luna ci invita a trasformare, ma prima dobbiamo valutare le zone d’ombra e quelle di luce con uguale giustizia (Luna in Bilancia) e capire come trarre il meglio da entrambe.
Servono intelligenza, coraggio, amore, ponderazione.
Serve la forza e l’acume di tagliare il superfluo per sottoporre i nostri sogni alla prova della fattività (Marte trigono a Saturno).
Serve una vera comprensione del termine “potere” (Luna, Sole, Mercurio in quadratura a Plutone).
Potere, che è il potere di fare, di agire, di manifestare la propria libertà.
Potere, che non è il potere sugli altri, non è tirannide, non è manipolazione.
È potere personale.
Buona semina!
Pensate a un cacciatore che passa ore appostato per trovare, catturare e uccidere la propria preda con lo scopo di sfamare se stesso e la propria famiglia.
Pensate alle famiglie che allevano galline per le loro uova e, ogni tanto, tirano il collo a una di esse.
In questi atti c’è un contatto diretto con l’azione e le sue conseguenze, c’è compartecipazione emotiva.
E infatti, un vero cacciatore non fa strage di animali e un piccolo allevatore sacrifica la gallina più vecchia solo quando necessario. Con la consapevolezza che stanno uccidendo, che stanno togliendo la vita a una creatura.
Ora pensate agli allevamenti intensivi e ai mattatoi, pensate al distacco emotivo con cui gli animali vengono allevati e poi uccisi per mezzo di macchinari appositi.
In questo modo di operare si crea un filtro tra l’azione dell’uomo e il suo impatto sulla sua struttura psichica e sull’ambiente in generale e quasi nessuno si rende conto di ciò che sta facendo davvero. L’atto si spersonalizza, diventa meccanico, potenzialmente disumano.
Ora, io non sono contrario alla tecnica, tutt’altro, ma se la tecnica si sviluppa senza etica, senza rispetto, senza consapevolezza, la deriva è dietro l’angolo. E a nulla vale creare schiere di ambientalisti e animalisti e vegetariani e vegani… perché neanche queste persone capiscono veramente qual è il focus della questione. Si trasformano semplicemente in nuovi fanatici che si contrappongono a fanatici della “tecnologia da strage”.
E lo stesso discorso si applica alla guerra. Per quanto brutta sia l’idea di uno scontro corpo a corpo, resta il fatto che, nel ferire e uccidere, l’uomo ha coscienza di ciò che sta facendo.
Ma quando si pilotano aerei o si manovrano droni a distanza o si dirige qualsiasi altra diavoleria che sgancia bombe o proiettili su luoghi e persone, si perde il contatto emotivo e tutto diventa finzione.
Ecco, è questa la tecnologia che dovremmo ripensare: quella che fa perdere il contatto con se stessi e il proprio mondo.
Molti pensano che la cosiddetta “cancel culture” e la conseguente “riscrittura della storia” sia un fenomeno moderno, forse addirittura post moderno.
Molti, che vedono nel libro di George Orwell un testo profetico, pensano che l’autore abbia guardato in una sorta di sfera di cristallo anche quando ha assegnato al suo protagonista, Wiston Smith, il noioso lavoro di riscrivere la storia per promuovere la versione allineata al pensiero dominante del governo dell’Oceania.
Ma non è così.
La Storia è stata scritta e riscritta molte volte con l’intento di adeguare il pensiero della popolazione alle linee guida dominanti o per costruirsi privilegi e diritti, e quella che abbiamo imparato a scuola non fa eccezione.
Nel Medioevo, per esempio, si ravvisa uno dei periodi più attivi in tale operazione.
Scrive Paolo Preto: «Il Medioevo, com’è noto, è per eccellenza l’età dell’oro dei falsi; oltre alla celebre Donazione di Costantino, alle false Decretali pseudo-isidoriane, alle innumerevoli cronache, reliquie, agiografie, si staglia l’imponente mole dei falsi documenti confezionati, per lo più nei monasteri, per retrodatare, confermare o semplicemente inventare fondazioni, diritti di possesso di terre, privilegi fiscali, esenzioni giurisdizionali. Un convegno internazionale sui falsi medievali, organizzato nel 1986 a Monaco dalla società dei Monumenta Germaniae Historica, ha prodotto cinque imponenti volumi di relazioni; ovunque, in Italia e in Europa, la ricerca storica sull’età medievale si è posta nel passato, e si pone tutt’ora, come necessità preliminare l’individuazione e la separazione dei documenti falsi da quelli autentici».
E non si cada nell’errore di pensare che l’opera di ricerca citata, ossia quella di valutare preliminarmente i falsi e gli autentici, sia esente da vizi.
Interessante anche la valutazione di Giuseppe Palazzolo: «Se nel Medioevo la falsificazione aveva come scopo la riconferma della fiducia in un ordine riconosciuto, la funzione della falsificazione contemporanea consiste nel creare sfiducia e disordine, e gioca non sulla solidità di fronte allo scrutinio della filologia, ma sull’accumulazione: “è la quantità delle falsificazioni riconoscibili come tali che funziona come maschera, perché tende a rendere inattendibile ogni verità” [Umberto Eco, La falsificazione nel Medioevo]».
Quindi anche Umberto Eco era perfettamente consapevole delle falsificazioni storiche e di quelle odierne e della differenza tra le due.
Scrive ancora Palazzolo: «L’avvento dei mass media ha esasperato questa dinamica, come Eco aveva avuto modo di dimostrare nel famoso ‘esperimento Vaduz’, un’indagine sperimentale affidata nel 1974 all’Istituto Gemelli di Milano e realizzata insieme ad Aldo Grasso, in cui venivano analizzate le reazioni di una comunità di telespettatori di fronte a tre diversi testi a carattere documentario-giornalistico su un avvenimento ‘falso’ ma presentato come plausibile: gli scontri politico-religiosi – tra valdesi e anabattisti – accaduti a Vaduz, capitale del Liechtenstein. La veridicità del racconto è promossa anche dalla compresenza di filmati e foto, montati attraverso un sapiente uso di inquadrature, musiche, sottotitoli, ma in ultima analisi è resa possibile dalla mancanza di un controllo ‘inter-testuale’ da parte del destinatario dell’informazione: Eco richiama l’attenzione sulla necessità di una pedagogia che educhi a sottoporre qualunque messaggio a “una sorta di interrogatorio incrociato” e a leggere le immagini in maniera “critica e non magica”».
Non è ciò a cui stiamo assistendo in maniera scandalosamente evidente da anni? Eppure non è cosa nuova è, proprio come ho detto, scandalosamente evidente.
Il tipo di inclusione che stanno propagandando è illogico.
Inclusivo con logica e buon senso vuol dire che ogni essere umano è accolto nella società. Accolto con le proprie caratteristiche e nel rispetto delle sue peculiarità, dei suoi valori umani, religiosi, spirituali, delle sue scelte; purché non nuoccia a nessuno.
Se il tipo di inclusione illogico, violento e nocivo che viene propagandato viene accolto con favore da qualcuno, vuol dire che questi “qualcuno” sono fanatici che non vogliono la libertà e il rispetto per tutti, ma vogliono imporre il loro modo di vedere, di vivere, di scegliere.
Flavio Gandini
Nessuno è nato per vivere sulla ruota del criceto.
Nemmeno il criceto.
E l’essere umano non ha come unici compiti quello di produrre e consumare.
Se non si capisce questo, non si è capito nulla del senso della vita.